Documento sull'Università
IL MOTORE DELLO SVILUPPO E’ LA CONOSCENZA DIFFUSA
L’Università a Brindisi
PREMESSA
Affermazioni quali “il motore dello sviluppo è la conoscenza diffusa” e “lo strumento essenziale della competitività, la ricerca e la formazione superiore” sono affermazioni quasi consunte per l’uso continuo che se ne fa, ma sono anche drammaticamente veritiere e sempre attuali.
Purtroppo la conoscenza, la formazione superiore, la ricerca non sono il frutto di uno sforzo individuale, ma di una organizzazione sistemica che, applicata a giovani meritevoli, li dota di strumenti che permettono di conseguire possibilità reali di occupazione qualificata e diffusa e quindi anche di contributo alla crescita generale della società e dei territori.
La formazione superiore e la ricerca scientifica e tecnologica sono anche, però, attività costose e quindi potenzialmente attività che possono trasformarsi in strumenti di selezione ( di classe si diceva un tempo) sociale, come si dice eufemisticamente oggi. Il basso numero di diplomati, dei laureati e dei ricercatori è stato sempre un grave handicap del nostro Paese e ne ha influenzato la struttura economica, quella sociale e lo sviluppo più in generale.
IL MEZZOGIORNO E L’UNIVERSITA’
Il Mezzogiorno ha ovviamente pagato, più di altre zone del Paese l’assenza di strutture che quantitativamente e qualitativamente sono deputate a costruire questi strumenti di sviluppo e le conseguenze si avvertono fortemente ancora oggi. Fino agli anni ’50 l’unica Università presente in Puglia era quella di Bari e nel Mezzogiorno ve ne erano solo 2, Bari e Napoli. Naturalmente quelli che avevano la possibilità di studiare e laurearsi erano pochi: il ceto abbiente poiché gli studi erano molto costosi e la maggior parte dei giovani meridionali intenzionati a conquistare una laurea dovevano trasferirsi in altre regioni. Cosi coloro i quali riuscivano a conseguire il titolo erano i figli dei laureati e della borghesia agraria e industriale: ciò influiva fortemente sulle dinamiche sociali e sulla crescita media dei territori meridionali. Tutto ciò a prescindere dalla voglia e dalle capacità individuali. Stiamo parlando di gran parte del Novecento, non di secoli fa.
La prima svolta si è avuta alla fine degli anni 50 quando la prorompente trasformazione dell’economia meridionale da prevalentemente agricola ha iniziato man mano a trasformarsi in economia mista agricola ed industriale e questo ha comportato anche una spinta alla qualificazione del terziario e dei servizi qualificati. Sono nate cosi le cito in ordine cronologico di fondazione l’Università di Cosenza, quella di Lecce, quella di Reggio Calabria, quella di Catanzaro, di Salerno, di Potenza, dell’Aquila, di Chieti e Pescara, di Campobasso, di Teramo. Poi sono venute via via le altre anche nel Nord, nel Centro e ancora nel Mezzogiorno. L’Università di elite diventa così una università di massa e questo non per umana solidarietà ed irreprensibile sentimento di bontà verso le classi meno abbienti ma perché da un lato la fine di un miracolo economico basato sulla ricostruzione post-bellica apriva un futuro problematico, dall’altro lato la competitività internazionale si strutturava per confrontarsi su produzioni di contenuto tecnologico, avanzato e su servizi ad alto contenuto di conoscenza. Gli iscritti all’Università erano nell’anno 51-52, nelle 27 Università esistenti erano 226.000, nell’anno 61-62 nelle 29 Università esistenti erano 288.000 e nel 71-72, nelle ormai 43 Università erano 760.000.
LA PUGLIA
La Puglia nel ventennio era passata dai 13.000 studenti di Bari ai 49.000 di Bari e Lecce compiendo il balzo nazionale più pronunciato. Bene nell’81-82 gli studenti universitari totali erano già un milione e 60 mila, nel 91-92 erano 1.457.000 e l’anno scorso sono stati 1.810.000. Questo balzo di 8 volte, mentre la popolazione cresceva solo di un quinto era il risultato di una politica democratica di facilitazione dell’accesso all’ Università e di eliminazione di gran parte di barriere economiche e sociali che si opponevano a questo nel passato. Nel periodo considerato le Università statali e non statali, dalle 27 del 1951 sono diventate 89 e le sedi di attività universitarie da 27 a 282 ed i laureati da 15.000 a 300.000. In questa crescita che è certamente a luci ed ombre e che potremo analizzare in dettaglio in altre occasioni c’è però un dato che va sottolineato e che contiene forse la più grande rivoluzione sociale del nostro Paese: nel 1960-61 le donne iscritte all’ Università erano 72.000 su 270.000, cioè il 27% e le laureate 6944 su 22.000 cioè il 31,7%. Oggi le iscritte all’ Università sono 1.014.000 su 1.800.000 totali cioè il 56,3% e le laureate 170.000 su 300.000 totali, cioè il 56,6%.
Tutto questo è il frutto di una grande facilitazione all’approccio universitario grazie alla moltiplicazione delle sedi, ma ora è necessario, anzi impellente, che al riequilibrio quantitativo, ancora insufficiente, si accompagni un riequilibrio qualitativo che renda realmente democratica e fruibile la laurea, presa a Milano come a Brindisi, e quindi che il Governo, quello attuale che ben poco ha fatto mantenga gli impegni presi a Lisbona con gli altri Paesi della U.E. e almeno raddoppi gli investimenti nell’ Università per la formazione e la ricerca. La tendenza del Governo Berlusconi è invece l’opposto e, almeno per il momento, sta riducendo gli investimenti. Dicevamo nelle sedi Universitarie i cosiddetti Poli Universitari decentrati. Cosa sono?
Creare una nuova Università è cosa complessa sia dal punto di vista formale che dal punto di vista economico finanziario. I passi istituzionali sono lunghi e complessi e molto costosi cosi si è trovata una scorciatoia all’Italiana. Le 69 sedi ufficiali delle Università possono istituire fuori dal loro territorio, in altro Comune e/o in altra Provincia attività universitarie sottoforma di Facoltà decentrate e corsi di laurea decentrati. Abbiamo detto che 69 Università pubbliche hanno istituito in altri Comuni e/o in altre Province 213 Poli Universitari. Per esempio Bologna ha istituito il Polo di Rimini, di Forlì, di Faenza; Milano ha istituito Poli a Monza, Lodi, Como, Crema. Roma ha istituito Poli a Frascati, Colleferro, Pomezia, Ariccia, Civitavecchia, Tivoli, Bracciano. Perché questa operazione al di là delle lunghe procedure per istituire una nuova Università ed i suoi costi? Perché è più utile e conveniente, nell’ambito del possibile che l’ Università si avvicini a chi vuole studiare all’ Università e non il viceversa. Infatti se tutti gli 1.800.000 studenti si riversassero nelle 69 università pubbliche le città esploderebbero dal punto di vista del contenimento fisico con gli immaginabili contraccolpi sociali. Gli iscritti e frequentanti i Poli, non sedi di Ateneo, sono 211.000, distribuiti su 167 Poli con una media per Polo di 1263 studenti. I corsi di laurea attivi in questi 167 Poli sono 611 con una media, quindi, di 3,7 corsi di laurea per ogni Polo ed una media di studenti per Corso di laurea di 345.
Questo il quadro generale nazionale che da subito un’idea dell’impatto di queste scelte di istituire i Poli Universitari decentrati per dare l’opportunità ad una quantità non trascurabile di studenti di poter accedere all’ Università nonostante, talvolta anche se non sempre, condizioni economiche e sociali disagiate, che non consentirebbero loro di poter vivere al di fuori di un raggio di azione ragionevole dal luogo di abituale residenza familiare. Ma cosa è un Polo Universitario? O, come più comunemente si chiama una sede Universitaria decentrata? E’ un insediamento sede di insegnamento universitario dove si svolgono lezioni, esami, lauree, sotto il cappello formale di un Ateneo pubblico o privato. Per accendere un Polo Universitario è necessaria una Convenzione, oggi necessariamente ventennale, tra un Ateneo e uno o più Enti Locali che si impegnano a sostenere le spese relative alla effettuazione di Corsi di Laurea e delle attività scientifiche e culturali ad essi connessi, laboratori, biblioteche, ecc., per tutta la durata della Convenzione.
IL POLO UNIVERSITARIO di BRINDISI
Gli Enti Locali della Provincia di Brindisi, in particolare l’Amministrazione Provinciale di Brindisi Ed il comune capoluogo, assunsero la decisione, 5 anni fa, di dare luogo all’iniziativa <<L’ Università a Brindisi>>. Formularono due Convenzioni: una con l’ Università di Bari ed una con l’ Università del Salento, per la creazione di due Poli Universitari, uno in Brindisi città e uno presso la Cittadella della Ricerca, il primo sotto l’egida dell’Università di Bari, il secondo sotto la gestione dell’ Università del Salento. Dopo 5 anni la situazione è quella di seguito descritta. L’insieme del Polo Brindisino conta 8 Corsi di Laurea Triennale e 2 Corsi di laurea Magistrale. Di questi 10 corsi di laurea complessivi 5 sono corsi di laurea dell’ Università di Bari:
- Laurea Triennale in Economia Aziendale (Facoltà di Economia) (349 iscritti di cui 115 immatricolati);
- Laurea Specialistica in Amministrazione e Consulenza Aziendale (solo l’ultimo anno) (Facoltà di Economia) (70 iscritti);
- Laurea Specialistica in Economia e Management delle Organizzazioni Marittime e della Logistica (solo l’ultimo anno) (Facoltà di Economia);
- Laurea Triennale in Informatica (Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali) (177 iscritti di cui 48 immatricolati);
- Laurea Triennale in Progettazione e Gestione delle Attività Culturali (Facoltà di Lettere e Filosofia) (74 iscritti di cui 34 immatricolati);
e cinque sono Corsi di Laurea della Università del Salento:
- Scienze del Servizio Sociale (359 iscritti di cui 139 immatricolati);
- Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali (229 iscritti di cui 76 immatricolati);
- Scienze Sociologiche (359 iscritti di cui 138 immatricolati).
La facoltà di Ingegneria Industriale è attiva invece con tre corsi di laurea, di cui uno Specialistico, uno Magistrale ed un ultimo anno di Specialistico ed in particolare:
- Corso di Laurea Triennale in Ingegneria Gestionale (solo ultimo anno) (220 iscritti);
- Corso di Laurea Triennale in Ingegneria Industriale (87 iscritti di cui 73 immatricolati);
- Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria Aerospaziale (10 iscritti di cui 5 immatricolati).
Inoltre l’Università del Salento ha istituito a Brindisi, previo parere del Comitato Nazionale Universitario e su decretazione del MIUR (Ministero per l’Università e la Ricerca) due Facoltà non doppioni o repliche di quelle esistenti a Lecce. Inoltre va considerato il fatto che vi sono, come emanazione dell’Università di Bari due Corsi di Laurea in professioni sanitarie:
- Laurea Triennale in Infermieristica (solo ultimi due anni) (Facoltà di Medicina) (174 iscritti di cui 49 immatricolati)
- Laurea Triennale in Fisioterapia (Facoltà di Medicina) (133 iscritti di cui 26 immatricolati),
che hanno assorbito i vecchi corsi di formazione in infermieristica già presenti presso l’Ospedale Regionale Di Summa di Brindisi. Questi ultimi due Corsi di Laurea in professioni Sanitarie, che come è noto sono ben distinte dalle normali lauree in medicina e Chirurgia sono economicamente sostenute dalla ASL BR1. Ricapitoliamo dunque: il Polo Universitario di Brindisi è stato generato da due Università, Bari e Salento, e su questo ritorneremo tra poco, conta 10 + 2 Corsi di Laurea e due Facoltà. Il numero degli iscritti complessivi è di 2.170 di cui 977 presso i corsi della Università di Bari e 1.257 presso i corsi della Università di Lecce.
Rimandiamo l’analisi qualitativa a dopo, analizziamo i crudi numeri e vediamo di trarre qualche prima conclusione sulla riuscita o meno dell’operazione. Abbiamo detto che le città sedi di Poli Universitari decentrati sono in Italia 167, Brindisi è una di queste. La popolazione studentesca media dei Poli decentrati è di 1.263 studenti per Polo, Brindisi ne ha 2.170. Brindisi è infatti per popolazione studentesca dei Poli decentrati la 9^ in assoluto sui 167 Poli, preceduta da città come Taranto, S. Maria Capua Vetere, Aversa, Latina, Legnano, Ravenna, Monza, Alessandria e seguita da città come Cremona, Ascoli Piceno, Matera, Savona, Grosseto, Empoli, Prato, Faenza, Caltanissetta, Busto Arsizio, e così via. Abbiamo inoltre detto che il numero medio di Corsi di Laurea per Polo è di 3,6, e il numero totale di Corsi di Laurea a Brindisi sono 12, cioè circa quattro volte la media nazionale. In questa particolare graduatoria Brindisi è al 12° posto su 167. Con tutta onestà, e almeno dal punto di vista quantitativo, l’operazione portata avanti dagli EE.LL. Brindisini può considerarsi un successo. Se pensate che Atenei autonomi come Potenza, a 30 dalla sua istituzione ha 5.900 iscritti, che Como ha 4.290 iscritti, che Reggio Emilia dopo 20 anni ha 4.860 iscritti e Treviso 3.270 iscritti, le affermazioni precedenti non sono assolutamente fuori luogo. Ma la valutazione di una Università, soprattutto di una Università, non può fermarsi al puro dato quantitativo.
La Laurea ha certamente un ruolo importante come promozione sociale e viatico per un lavoro più qualificato, ma non, purtroppo, tutte le lauree, e per tutti non comunque prese. Viviamo nel mondo ed anche in Italia e nel Mezzogiorno un periodo di grandi cambiamenti in cui nascono nuove professioni e la competizione fra i saperi è molto forte. Il lavoro presenta ogni giorno necessità nuove e la domanda di competenze si amplia e si articola. La Laurea allora assicura sì sotto l’aspetto della formazione superiore, ma la sua “utilità” viene selezionata dalla domanda di competenze. Accade così che la disoccupazione fra i laureati è quasi completamente assente nel caso di Laurea in Medicina e Chirurgia, è molto bassa nel caso delle Lauree in Ingegneria, Chimica, Chimica Farmaceutica, Veterinaria, sopportabile e risolvibile in 2 – 4 anni dalla Laurea per Economia e Commercio, Giurisprudenza, Matematica e Fisica, assume aspetti preoccupanti nel caso di materie umanistiche, segnatamente letterarie e delle scienze Sociali. E poi c’è il problema della qualità della laurea, il suo contenuto di valore e modernità che dipendono dalla qualità dell’insegnamento e dalla capacità applicativa del curriculum accademico.
PROPOSTA: dal POLO UNIVERSITARIO all’UNIVERSITA’ di BRINDISI
Sotto questi profili l’avventura dell’Università a Brindisi ha bisogno di una analisi più approfondita, ha bisogno che i garanti politici ed istituzionali del territorio, titolari delle Convenzioni, prendano maggiormente coscienza della offerta didattica, della sua aderenza alle esigenze del territorio ed alle sue prospettive, analizzino la utilità dei titoli rilasciati. Questa non è interferenza, è interattività positiva e senso autorevole di responsabilità. Gli Enti Locali, le forze politiche e sindacali più rappresentative dovranno organizzare con le università pugliesi uno o più incontri pubblici partecipati in cui le varie posizioni, strategie, saperi e contributi vari si confrontino per poter alla fine trovare una sintesi che consoli di quanto già fatto e lo adegui maggiormente alla domanda e alle speranze dei nostri giovani. A cominciare dal quadro istituzionale del Polo Universitario di Brindisi. Brindisi è l’unico Polo dei 167 a vedere la presenza concomitante di ben due Atenei: quello di Bari e quello del Salento.
Questa non è né una ricchezza né un vantaggio: non è una ricchezza perché produce sprechi: due sedi, il doppio del personale tecnico amministrativo, due convenzioni distinte e diverse burocrazie cui riferirsi data la diversità che l’autonomia concede alle Università, a differenza del passato; non è un vantaggio poiché impedisce un discorso strategico stante le diverse istituzioni cui compete la regolazione delle attività correnti e straordinarie. I Consigli di Amministrazione di Bari e di Lecce, così come i Senati Accademici sono distinti e separati e sovrani nel proprio ambito. Per questo è urgente assumere una decisione in ordine alla unificazione interuniversitaria del Polo di Brindisi. Lo consente la legge vigente e lo prevede rafforzandone lo stimolo finanche la proposta di legge Gelmini. Si avrebbe così un unico interlocutore dello sviluppo del Polo universitario e si potrebbe già prevedere l’ipotesi unitaria dello sbocco del Polo in una futura Università di Brindisi, se e quando lo si ritenesse utile e conveniente. Va, però, per il momento chiedere garanzie sulla qualità degli insegnamenti, sulla copertura dei corsi da parte di professori ufficiali di ruolo nelle Università, della attivazione di laboratori con assistenza di qualità agli studenti.
Paolo Cavaliere (Resp. Dip. Politiche della scuola Università Innovazione)
Corrado Tarantino (Segretario Provinciale)



