Relazione congressuale del segretario Corrado Tarantino
Care democratiche, cari democratici,
voglio innanzitutto salutare gli ospiti che sono qui tra noi, a testimonianza dell’attenzione e dell’importanza che il nostro congresso riveste non solo per noi, ma anche per gli altri. Permettetemi poi di ringraziare chi mi ha preceduto alla guida di questo partito, Lorenzo Cirasino. Un ringraziamento non rituale, ma sentito e sincero, come sentito e sincero deve essere il ringraziamento nei confronti di chi ci ha guidati in un momento molto complicato della vita del partito e in passaggi molto delicati della politica di questa provincia, con senso di responsabilità e come si dice in questi casi, senza chiedere nulla. Anzi sono io a chiedere Lorenzo la disponibilità a darmi una mano, a mettere a disposizione mia e del gruppo dirigente eletto le sue competenze e le sue capacità, nelle forme e nei modi che lui riterrà più opportune.
Con l’appuntamento di oggi chiudiamo il percorso congressuale che ci ha visti impegnati dal mese di luglio. Un percorso sicuramente lungo e per molti versi tortuoso, ma penso alla fine comunque utile. Da questo congresso sono arrivati segnali importanti, che dobbiamo cogliere. I dati sulla partecipazione e sulla qualità del dibattito di quest’ultimo passaggio nei circoli, la partecipazione alle primarie del 27 ottobre ci dicono che qui ci sono tutte le condizioni per costruire quel partito popolare di cui tutti sentiamo il bisogno.
Il congresso Nazionale e Regionale, l’elezione di Pierluigi Bersani a Segretario Nazionale e Sergio Blasi a segretario Regionale, hanno definito le coordinate entro cui muoverci, la bussola da seguire per la nostra discussione.
Oggi abbiamo più certezze sul PD, la sua funzione, la sua missione. E’ emerso con chiarezza che tipo di partito dobbiamo costruire, le politiche e le strategie da mettere in campo.
Ora tocca a noi, Democratici di terra di Brindisi, definire il contributo che vogliamo dare alla realizzazione del progetto del PD, mettere in pratica sul nostro territorio l’idea di partito e le politiche emerse dal dibattito e dai documenti congressuali.
Il nostro deve essere un contributo originale, frutto dell’analisi della situazione economica e sociale della nostra provincia.
Dobbiamo radicare il PD nelle nostre comunità, nei luoghi di lavoro e di studio.
La costruzione di un partito è un processo complesso in quanto è innanzitutto un processo culturale. Ci eravamo illusi che la grande partecipazione alle primarie dell’ottobre del 2007 avesse risolto ogni problema. Purtroppo non è stato così, non poteva essere così. Un partito nasce e si struttura nelle pieghe delle contraddizioni della società in cui vive, nella capacità di conoscere a fondo la natura dei processi sociali in corso, soprattutto dei cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro, dei bisogni degli individui, e di conseguenza nella sfida di elaborare una nuova cultura politica.
Allora partiamo da qui, da ciò che è oggi la nostra provincia, per definire il nostro essere “Democratici in terra di Brindisi”. Non è infatti una contraddizione. Se è vero, come è vero, che i processi di cambiamento politico, istituzionale, economico e sociale vanno ascritti alla globalizzazione, è proprio nella globalizzazione che è emersa la necessità di un nuovo protagonismo locale e territoriale. Questo protagonismo può essere declinato come fa la Lega, cavalcando le paure e le incertezze che processi di cambiamento così tumultuosi portano con sé, o costruendo una classe dirigente forte, autorevole e autonoma che conosce e interpreta la realtà in cui vive e accetta le nuove sfide per coglierne gli effetti positivi.
Noi dobbiamo fare questo, costruire un partito del territorio e delle comunità, che diventi punto di riferimento per le idee, i progetti, le proposte che mette in campo.
Mi rivolgo con questa mia relazione come si ci rivolge al largo gruppo dirigente del nostro Partito corresponsabile con me di questa straordinaria avventura. Interpreterò il mio ruolo così, non come l’uomo solo al comando, ma come il pezzo di un collettivo di protagonisti. Insieme dovremo costruire il nostro essere Partito Democratico, le linee politiche e la nostra missione.
Vorrei che tutti quanti noi fossimo pienamente consapevoli di ciò che stiamo facendo quando parliamo di costruire un partito, di istituzioni, di Democrazia e di partecipazione. La complessità di fenomeni in atto, la crisi della rappresentanza e delle istituzioni stanno facendo emergere il rischio di scorciatoie che mettono in discussione la Democrazia così come l’abbiamo conosciuta sinora. Derive plebiscitarie e populiste rischiano di prendere il sopravvento anche nel nostro quadro politico e costituzionale. Gli attacchi continui alla costituzione e ai suoi organi di garanzia ne sono la lampante testimonianza. Il clima teso e di continuo scontro le evidenti conseguenze, il riemergere di fenomeni di stampo terroristico il rischio più preoccupante. E allora costruire un partito con una larga base di partecipazione popolare è già una prima risposta positiva che dimostra che ci può essere una risposta alternativa alla questione democratica aperta.
Il Partito Democratico deve essere il fronte più avanzato di una proposta politica che faccia uscire il paese dall’eterno scontro tra Guelfi e Ghibellini, che ridia dignità al Paese e alle sue Istituzioni chiudendo una lunga transizione segnata da Berlusconi e giunta ormai al tramonto. Una forza politica responsabile che mette al centro del dibattito i cittadini con i loro problemi.
Noi anche qui a Brindisi dovremo fare questo, caratterizzandoci come il Partito che si fa carico di battaglie politiche e di proposte sulle questioni che riguardano il territorio e i cittadini che lo vivono. Non a caso il tema di questo nostro congresso è LAVOROAMBIENTESVILUPPO, tre questioni fondamentali da cui ripartire per definire un progetto di futuro per la nostra terra, messi così, senza virgole e senza caratteri di separatezza, perché siamo convinti che solo se riusciremo a tenerli insiemi potremo costruire un progetto di futuro stabile e duraturo.
La crisi economica in atto sta colpendo pesantemente il nostro sistema economico e sociale. Alle difficoltà strutturali di una provincia meridionale come la nostra si sommano gli effetti della fase congiunturale negativa. I dati pubblicati in questi giorni da tutti gli istituti economici, dai sindacati, dalle associazioni di categorie stanno a testimoniare questa situazione: +55% di procedure di chiusura di attività nella nostra regione fatto registrare nell’ultimo trimestre; +4,1% la flessione dell’occupazione meridionale nel secondo trimestre 2009; il tasso di occupazione della popolazione in età da lavoro è passato dal 47% di metà 2008 al 45% del 2009; tra giugno 2008 e giugno 2009 298mila meridionali hanno smesso di cercare lavoro; +500% di cassa integrazione; l’11% delle famiglie italiane è povera e al sud l’incidenza è quattro volte superiore a quella del resto del paese; continua ad aumentare l’emigrazione di giovani verso il nord del paese. Se a tutto questo si aggiunge la situazione di fortissima sofferenza che vive il comparto agricolo e del commercio, il quadro è completo.
Nonostante tutto ciò assistiamo all’atteggiamento irresponsabile di un Governo che in un primo momento ha detto che la crisi non esisteva, e che poi ha comunicato a reti unificate che la crisi era stata superata. Nulla di nulla, nessuna politica di sostegno al reddito per salari, stipendi, pensioni, utile a rianimare i consumi, nessuna politica industriale, alcun aiuto alle piccole e medie imprese. Ed in questo quadro una politica fortemente penalizzante per il Sud vissuto ormai come un problema, una palla al piede di cui liberarsi per far decollare lo sviluppo del Paese.
In questo contesto si inserisce la situazione economica e sociale del nostro territorio.
La provincia di Brindisi è una realtà complessa anche dal punto di vista produttivo. In un territorio relativamente piccolo convivono grossi insediamenti industriali dall’importante impatto ambientale, industria del turismo e dell’accoglienza, agricoltura che negli ultimi anni si sta caratterizzando per le scelte di qualità specie in direzione dei settori viti-vinicolo,oleario e dell’orto-frutta.
Quello della nostra provincia è stato uno sviluppo che ha risentito molto dell’intervento dello Stato, che ha drogato il sistema ed ha impedito la crescita di una cultura dell’impresa improntata sul rischio e sull’autodeterminazione.
Uno sviluppo percepito dalle nostre comunità come imposto e non come condiviso. Tuttavia il rapporto tra questo sviluppo “calato dall’alto” e la popolazione ha retto fin quando quest’industria (chimica ed elettrica) è stata capace di produrre occupazione e non si conoscevano fino in fondo le ripercussioni negative sull’ambiente e sulla salute. Oggi il quadro è completamente diverso. Quel modello di sviluppo è in profonda crisi, non si producono più nuovi posti di lavoro, e sembrano più evidenti i danni dei benefici.
Questa situazione sta avendo affetti dirompenti sui comportamenti sociali, culturali e politici, soprattutto nella città capoluogo che per ovvie ragioni risente maggiormente di questa realtà.
Allora che fare? Qui c’è il primo spazio per la politica e per il nostro partito.
Bisogna ritessere il dialogo e il confronto sulle cose da fare, ricucire le maglie strappate di una società che si è chiusa ognuna sulle proprie convinzioni, ognuno impegnato a difendere vecchie e nuove rendite di posizione.
Da questa situazione se ne esce se ognuno per la sua parte istituzioni, sindacati, associazioni di categoria, partiti tornano a parlarsi, a concertare e a costruire un’idea condivisa di sviluppo e di società. Per questo la manifestazione unitaria dei Sindacati Confederali dello scorso 5 dicembre e l’istituzione del tavolo interistituzionale per l’economia e lo sviluppo, sono segnali positivi che vanno colti, riempendoli di contenute e di iniziative.
Partiamo da quello c’è, valorizziamo le eccellenze e i comparti innovativi che hanno dimostrato una tenuta importante anche in tempo di crisi, aiutiamo le aziende in difficoltà attraverso politiche di accesso al credito, favoriamo la riorganizzazione del sistema industriale, investiamo sulla ricerca e sull’università, sulle infrastrutture materiali (porto e aeroporto) e immateriali, promuoviamo una rete di Welfare locale che migliori la qualità della vita delle nostre comunità.
In questa provincia ci sono esperienze positive che hanno dimostrato la capacità di tenere insieme ricerca e produzione, su tutte quella del Distretto AeroSpaziale. Inoltre se facciamo una rapida panoramica su quello che c’è in provincia scopriremo che si sta sviluppando un interessante tessuto produttivo che, a partire da un artigianato sempre più qualificato, ha visto fiorire piccole e medie aziende, specie nelle realtà attrezzate di Francavilla Fontana, Mesagne, Ostuni e Fasano. Un fenomeno abbastanza diffuso al quale va posta maggiore attenzione per promuovere o qualificare, secondo i casi, uno sviluppo integrato in una logica di sistema territoriale, il quale deve inserirsi efficacemente nei filoni verticali di filiera produttiva regionale e nazionale.
Ci imbatteremo nel settore agricolo che, come accennavo prima, ha imboccato la strada della produzione di qualità, ma che continua a soffrire di una marcata parcellizzazione della proprietà e della produzione agricola che rende debole sul mercato l’offerta dei nostri prodotti anche a causa di una inadeguata capacità consortile dei nostri produttori. Bisogna vincere le sacche di resistenza alla riconversione dei terreni, alla riqualificazione dei prodotti nonché ad una logica imprenditoriale che vada oltre il mercato locale e sappia costruire le condizioni contrattuali per inserirsi nei grandi mercati della commercializzazione.
Scopriremo la crescita del nostro turismo grazie alla efficace politica di marketing e di programmazione mirata prodotta dalla Regione Puglia che ha migliorato sensibilmente la capacità di conoscenza delle nostre bellezze ambientale, culturali e paesaggistiche che ha favorito una più attenta gestione dell’ospitalità.
Insomma un sistema economico complesso che ha bisogno per crescere della politica, della certezza dell’efficacia dell’amministrazione locale, della solidità delle relazioni interistituzionali (Comuni – Provincia – Regione), del dialogo costruttivo tra Istituzioni ed associazioni di rappresentanza del mondo del lavoro e della produzione. Non basta più amministrare, ma bisogna Governare. E’ fondamentale in quest’ottica recuperare un rapporto di fiducia tra politica e cittadini, ma anche superare quell’alterità che si è creata tra popolazione ed industria a causa dell’imposizione di taluni importanti insediamenti e all’assenza o la superficialità delle pubbliche amministrazioni rispetto alle ricadute ambientali.
Si inserisce in questo quadro la necessità di giungere il prima possibile alla sottoscrizione delle nuove convenzioni energetiche. Troppi anni di vuoto. E’ molto pericoloso il messaggio che passa circa l’incapacità delle istituzioni e delle aziende del settore di definire un assetto definitivo del polo energetico che possa soddisfare le ragioni del territorio: l’ambiente, la logistica, l’occupazione, le ricadute sul territorio. Il balletto delle cifre e dei numeri a cui stiamo assistendo è quantomeno irrispettoso nei confronti del territorio e dei suoi cittadini. Responsabilità e rispetto è quello che chiediamo alle istituzioni e all’ENEL.
Certo, le notizie di questi giorni sul parere positivo rilasciato dalla Commissione Via del ministero dell’Ambiente al progetto di Rigassificatore a Brindisi non aiuta a rasserenare il clima. Un bel regalo di Natale del Governo ai brindisini. Noi non cambiamo posizione ideologica, ma argomentata e giustificata nel merito da una collocazione insostenibile con le strategie di rilancio del porto nonché per la vicinanza ad altri importanti insediamenti industriali. Ora verificheremo con le Istituzioni locali a partire dalla Provincia gli spazi e gli ambiti entro cui poter proseguire una battaglia che impedisca che ciò accada.
Il tema dell’autonomia delle classi dirigenti è al centro del dibattito politico da molti anni. Una classe dirigente è autonoma se dimostra di avere un progetto, un’idea di sviluppo e di futuro e su questo costruisce una maggioranza politica e sociale.
Il Mediterraneo e la nostra posizione geografica devono essere l’orizzonte a cui guardare, il porto la nostra porta da spalancare per le merci e il turismo.
Università, ricerca, innovazione, ambiente, qualità della vita, elementi fondamentali da mettere alla base della nuova idea di sviluppo. Continuare ad investire sull’Università istituendo nuove facoltà qui a Brindisi che consolidino il rapporto tra università e territorio e tra università e sistema produttivo, rafforzare la Cittadella della Ricerca quale luogo di innovazione per le imprese e di valorizzazione delle competenze soprattutto giovanili. Il nostro impegno deve essere quello di proseguire il buon lavoro fatto in questi anni, ormai patrimonio di questa terra. Il Grande Salento non può essere né una idea “identitaria” del nostro territorio né intesa come una sorta di sub-regione, tuttavia bisogna continuare a lavorare per mettere a sistema le infrastrutture come l’aeroporto, il porto e l’Università che inserite in un contesto territoriale più ampio della nostra provincia possono essere meglio valorizzate.
Lavoro, sviluppo, ambiente non possono più essere temi sui quali dividersi.
Il lavoro e il welfare, non sono solamente temi attuali, ma sono temi co-fondativi di qualsiasi progetto serio di modernizzazione e innovazione sociale che si voglia intraprendere. Non c’è crescita economica se non è assecondata da un mutare in positivo della qualità delle forme democratiche e redistributive che gli istituti di welfare hanno rappresentato e rappresentano.
Oggi dobbiamo fare i conti con una situazione che vede aumentare in modo spaventoso la povertà che inizia a colpire anche fasce di società che fino a poco tempo fa pensavano di esserne immuni. Sono a rischio povertà le famiglie monoreddito (in Puglia sono l’80%) e quelle numerose con 3 o più figli, e questo fa si che il Sud abbia il primato della maggiore povertà tra i minori che rappresenta un’ipoteca sul futuro. Si continuano a dare delle risposte (poche) esclusivamente in una logica assistenzialista mentre bisognerebbe immaginare politiche che non solo sostengono gli individui e le famiglie nel momento del bisogno, ma che li aiutino a non ripetere l’esperienza. Dobbiamo superare l’idea di un welfare prevalentemente risarcitorio e realizzare un welfare promozionale creando le condizioni affinché ognuno possa progettare la propria vita ed esprimere al meglio le proprie capacità. La miglior garanzia per una famiglia contro la povertà è il secondo reddito, che poi è quasi sempre quello della donna. Per questo insistendo sui servizi sociali di cura ai minori, gli anziani e i disabili non rimarrebbe inevasa la domanda di cura presente nelle famiglie e contemporaneamente si libererebbero le donne dal carico di cura che grava sulle loro spalle.
In questo “mondo nuovo” il legame sociale è affidato essenzialmente al denaro, e stiamo assistendo al declino dell’individuo e alla sua progressiva estinzione. Il lavoro allora come “diritto umano” di base. Chi viene escluso dal lavoro non solo viene escluso del diritto ad un reddito, ma diventa un esubero, non è cittadino come gli altri e viene spinto ai margini e sembra condannato all’inutilità. Per questo noi non possiamo che ripartire da qui, dal lavoro, nelle sue diverse forme. Oggi il lavoro non è più solo quello operaio. La società della conoscenza ha fatto emergere nuove professionalità, nuove forme di lavoro che non solo creano società, ma spingono alla formazione di un nuovo capitale cognitivo, relazionale, sociale. L’obiettivo della buona e piena occupazione deve essere il nostro obiettivo. L’occupazione è buona quando è ben retribuita, stabile e sicura, sia in termini di sicurezza sociale che di incolumità fisica del lavoratore. L’Italia è al 23esimo posto in una classifica di trenta paesi per i salari. L’innalzamento delle retribuzioni è quindi un impegno di civiltà a cui è necessario assolvere. C’è poi il tema della precarietà. Dobbiamo innanzitutto sapere che in Puglia solo il 14% dei precari ha meno di 24 anni, mentre oltre il 70% ha dai 25 sino ai 44 anni d’età. Perciò non stiamo parlando di precarietà da inserimento nel mondo dl lavoro, ma di vera e propria condizione lavorativa permanente. Oggi la precarietà non è soltanto il rischio che non ti sia rinnovato il contratto, non è soltanto la mancanza degli ammortizzatori sociali tra un lavoro e un altro, ma è diventata una condizione esistenziale.
Bisogna insistere sui centri per l’impiego aumentando la collaborazione con i sindacati e le imprese, quindi immaginare piani di formazione individualizzati per valorizzare le competenze, sostenere l’intraprendenza giovanile.
L’ambiente, è la più grande infrastruttura che abbiamo a disposizione. Parlare di ambiente qui a Brindisi è toccare un nervo scoperto, il tema intorno a cui si sono create le maggiori divisioni. E’ giunto allora il momento di fare chiarezza e di creare le condizioni affinché ci si intenda su che cosa vuol dire promuovere politiche ambientali. Sicuramente il pensiero va immediatamente ai grandi insediamenti di produzione di energia e all’industria chimica. Non c’è dubbio che bisogna partire da qui, dall’ambientalizzare attraverso investimenti sulla ricerca e sull’innovazione queste industrie, dal definire un nuovo assetto del polo energetico che non si limiti però all’ENEL, ma che ci consenta di discutere seriamente anche sulla centrale di Brindisi Nord, su come si possa arrivare alla sua chiusura, salvaguardando i lavoratori e restituendo alla città di Brindisi e a tutta la provincia un pezzo di territorio; ma la politica ambientale è anche molto altro.
Una politica per l’ambiente vuol dire anche ripensare gli stili di vita, diminuire i consumi, rendere più vivibili le città e i nostri paesi, vuol dire politiche per i rifiuti e investimenti sulle fonti rinnovabili, vuol dire pianificazione territoriale e nuovi assetti urbanistici. La Puglia produrrà 1/5 dell’energia da fonti rinnovabili che si produrrà in Italia. C’è la necessità di regolamentare bene questa materia per evitare che l’installazione di questi impianti comprometta in modo irreparabile il paesaggio. La situazione economica dei Comuni sempre più deficitaria e la non convenienza del lavoro dei campi possono favorire un pericoloso proliferarsi di nascita di impianti senza una precisa pianificazione. Insomma una sfida complessa che investe tutto e tutti e che ci deve vedere protagonisti nel promuovere una vera e propria nuova cultura ambientalista.
Care democratiche e cari democratici
Per fare tutto quello che sinora ho detto bisogna costruire il Partito Democratico, e diremo di avere costruito e radicato il Partito Democratico se faremo quello che ho detto sinora. In questo periodo più che mai i partiti sono sotto attacco, eppure nessuno riesce a dimostrare in maniera seria e convincente come la democrazia rappresentativa potrebbe funzionare senza le cinghie di trasmissione poste in essere dai partiti e dai sistemi dei partiti. Derive populiste e plebiscitarie sembrano ormai prendere il sopravvento. Anche dalle nostre parti c’è stato un momento in cui si è pensato che alla crisi della politica e della rappresentanza si potesse rispondere con ricette lideristiche, forse più “miti” di quelle proposte dalla Destra, ma che comunque rilegavano il partito a comitato elettorale del leader di turno. Per noi la politica è una straordinaria impresa collettiva. Il PD deve essere una grande forza di cambiamento, un’idea etica in cui ciascuno è prezioso. Un partito nuovo, perché vive nella realtà moderna, non nostalgico, che deve avere il futuro come suo obiettivo. Dovremo essere il megafono di quanti oggi non hanno voce per farsi sentire, interprete delle esigenze dei ceti più dinamici, ma anzitutto dei più deboli. Un partito che si fa comunità, perché vive, interpreta, interagisce con la comunità in cui vive. Radicare un partito non vuol dire avere una sede. E’ sicuramente importante la presenza fisica nei comuni, nei quartieri, nei luoghi di studio e di lavoro, ma non basta. Le nostre sedi, i dirigenti locali e i rappresentanti nelle istituzioni devono essere punti di riferimento, riconosciuti e riconoscibili, per i valori, le idee i progetti. Un partito utile, per i cittadini e non per i suoi dirigenti. Un partito rinnovato. Rinnovare non vuol dire cancellare o rimuovere. C’è stato un momento in cui è avanzata una sorta di “ideologia del nuovismo”, in cui è passato il messaggio che tutto ciò che veniva dalle esperienze dei partiti, dalle culture che hanno dato vita al PD fossero inutili se non dannose al partito stesso. Nulla di più sbagliato. Oggi possiamo costruire un partito nuovo e rinnovato perché riteniamo che le culture storiche e le sintesi del ‘900 siano un dato prezioso e necessario, e siamo finalmente in grado di legare i fili del passato con quelli del presente e del futuro. Un partito plurale e unito. Il pluralismo è sicuramente un valore, un elemento che può far crescere e rafforzare il PD. Ma pluralismo non può significare cristallizzazione delle correnti. La sfida che tutti quanti abbiamo di fronte è quello di superare le aree e le culture di provenienza, con il lavoro e il confronto quotidiano sulle politiche e sulle cose da fare, per costruire insieme le posizioni e le linee politiche del PD. Per questo appartenere ad un’area non deve significare poter rivendicare o costruirsi una rendita di posizione.
Il nuovo PD sarà un partito in cui: si discute, si decide, si mettono in pratica le decisioni assunte. Per questo bisogna dare piena dignità agli organismi dirigenti e alla loro funzione. Non ci sarà una sola riunione che non vedrà una decisione. Dobbiamo altrettanto sapere che ormai non si può tornare indietro sul tema della partecipazione e del massimo coinvolgimento degli iscritti e dei nostri simpatizzanti sulle scelte del partito. Ma partecipare non vuol dire solo votare o contarsi. Da quando è nato il PD abbiamo convocato i nostri iscritti o i nostri simpatizzanti praticamente solo per votare: il Segretario Nazionale o quello Regionale, i componenti negli organismi dirigenti, i candidati sindaci. D’ora in poi li convocheremo per discutere e decidere le linee politiche e le scelte che noi faremo utili al territorio. Questo per trasferire conoscenza sulle questioni più importanti e creare una militanza più consapevole e partecipata. Le amministrazione in cui noi siamo e saremo impegnati a governare devono essere ben riconoscibili dai cittadini. La trasparenza, il coinvolgimento delle popolazione, le politiche sociali e per l’ambiente devono essere la carta d’identità delle nostre amministrazioni. Per questo dobbiamo costruire una rete degli amministratori locali, per promuovere progetti e idee di governo estendibili ai vari livelli, approfondire temi e questioni, formare nuovi amministratori. Nel PD non potrà più esserci una divisione tra il partito degli eletti e il partito dei dirigenti e degli iscritti. Da quando è entrata in vigore la legge elettorale che ha inserito il voto di preferenza e l’elezione diretta di sindaci e dei presidenti di provincia e di regione questa divisione si è allargata in modo preoccupante. Dovremo trovare il modo affinché questo spazio si riduca. Noi siamo convinti che un pezzo dell’identità di un partito di governo come il nostro emerga da ciò che si fa nelle istituzioni, per questo è interesse di tutti che discussione e decisione politiche, con atti e provvedimenti amministrativi marcino insieme. Sarà più forte e autorevole un nostro rappresentante istituzionale che sa di poter contare su un partito che lo sostiene e diventa raccordo tra società e istituzioni, sarà più forte il partito che sa di avere rappresentanti istituzionali che mettono in pratica le decisioni e le politiche emerse da un dibattito largo e approfondito.
La sobrietà deve essere la cifra dei nostri comportamenti, la disponibilità e il confronto il nostro metodo di lavoro. Le competenze, la voglia di fare, la disponibilità al lavoro, il merito, la capacità di fare gruppo e di rispettare le regole, saranno gli elementi con cui verranno valorizzate e selezionate le nuove classi dirigenti. Tutte le cariche e gli incarichi istituzionali e di partito sono contendibili, non ci saranno situazioni già appaltate da alcuno. Un partito delle donne e dei giovani. Su questo troppa retorica e troppe parole, purtroppo pochi fatti. Viviamo nel paese più gerontocratico e sessista del mondo occidentale. Un partito come il nostro non può non farsi promotore di riforme e meccanismi che favoriscano e accelerino l’inserimento nella politica e nelle istituzioni, così come nel mondo delle professioni e del lavoro delle donne e dei giovani. Stiamo parlando non di due categorie da garantire ma da valorizzare e mettere alla prova. Dobbiamo discutere e ripensare i tempi, i modi, i luoghi e i temi della discussione politica. Se non partiremo da qui, non basteranno le quote ad aprire la politica alle donne e a i giovani. Su questo non siamo all’anno zero. Vi invito a partecipare alle riunioni e agli incontri dei Giovani Democratici, l’organizzazione giovanile del partito, a cui io ho avuto la fortuna di partecipare. Credetemi è anche grazie a loro e per loro che ho accettato questa sfida. Abbiamo un patrimonio di ragazze e di ragazzi a cui basta dare gli strumenti per crescere e radicarsi. Un partito che non mette nelle migliori condizioni una nuova generazione di crescere, di esserci, è un partito che non ha futuro.
Saremo il partito che promuove alleanze politiche. In questa provincia abbiamo vinto quando siamo andati oltre noi stessi, con alleanza ampie su programmi chiari. Alle ultime elezioni provinciali abbiamo promosso ciò che è stato definito un “laboratorio politico” con la candidatura di Massimo Ferrarese. E’ nostro compito trasformare quel laboratorio politico in progetto politico e di governo. Ciò potrà accadere se il PD farà il PD. Una forza non subalterna che trasferisce nell’alleanza e nell’esperienza di governo i suoi valori, le sue idee, i suoi progetti. Sarà inoltre fondamentale estendere a partire dalle prossime elezioni amministrative l’alleanza che ci vede governare la provincia nei comuni in cui si vota. I programmi, le alleanze, i candidati migliori. Questo sarà il nostro schema di lavoro. Immediatamente programmerò una serie di incontri con i nostri dirigenti locali dei comuni in cui si vota per avere un quadro della situazione e stabilire insieme i passi da fare, contemporaneamente avvierò i contatti con le segreterie provinciali dei partiti nostri alleati per capire se ci sono le condizioni per promuovere un’iniziativa comune che coinvolga le città impegnate al voto. Oggi più che mai la costruzione di un nuovo centrosinistra è all’ordine del giorno. Di fronte alla profonda crisi politica che vive la destra e il suo partito di maggioranza il PDL, bisogna costruire un’alleanza politica e sociale alternativa in grado di raccogliere la sfida del governo. I temi della democrazia e della rappresentanza democratica di cui parlavo all’inizio, il Mezzogiorno e la necessità di una politica nazionale che comprenda che dalla crisi si esce e che l’Italia può crescere solo se riduce il divario economico e sociale tra il Nord e il Sud devono essere al centro di questa iniziativa.
In questo modo dobbiamo affrontare la discussione che ci porterà alla scelta delle candidature e delle alleanze per le prossime elezioni regionali. Nichi Vendola e l’esperienza di Governo di questi ultimi cinque anni sono un patrimonio per il centrosinistra e per la Puglia. Proprio per questo è responsabilità di tutti impegnarsi per evitare che si torni indietro vanificando il lavoro svolto e riconsegnando la nostra regione alla Destra di Fitto. Abbiamo il dovere di provare fino in fondo a costruire un’alleanza ampia, che non mortifichi nessuno, ma che ci consenta di tornare al Governo della Puglia e di conseguenza avvicini la fine del Governo Berlusconi.
Subito dopo le festività natalizie convocheremo Assemblee in tutti i Circoli della Provincia, per discutere di questi cinque anni di Governo Regionale, per definire il nostro contributo al progetto di Governo dei prossimi cinque anni e per aprire la discussione sulla composizione della lista di candidati di questa provincia al Consiglio Regionale. Noi offriremo alle cittadine e ai cittadini di questo territorio una lista di candidati forti, autorevoli e rappresentativi del Partito e del territorio.
Care Democratiche e cari Democratici,
ho iniziato ringraziando Lorenzo, chiudo ringraziando tutti voi. Voglio ringraziare quanti hanno lavorato per consentire che questo della nostra provincia fosse un congresso unitario. Ringrazio le ragazze e i ragazzi della mia generazione che hanno individuato in me la figura che può rappresentare il rinnovamento di questo partito. Spero che da questo congresso che ha deciso di mettere alla prova una nuova generazione alla guida del partito possa arrivare un messaggio positivo alle ragazze e ai ragazzi di questa provincia che pensano che qui non ci sia spazio per realizzare le loro speranze, i loro sogni, che questa provincia non abbia bisogno di loro.
Care Democratiche e cari Democratici,
ci è stato assegnato il compito di essere dirigenti di questo partito, ora non abbiamo più alibi, ora dobbiamo dimostrare di esserlo.
Brindisi, 18 dicembre 2008



